IO SONO UN AFFIDABILE

I miei feedback:

lino.carriero

 

Categoria:
Estetista massaggi Roma

Vecchiaia: il tempo che passa

La vecchiaia: il tempo che passa.
Fantasie, desideri, stupidaggini, banalita’ e quant’altro scritti, sulla soglia dei cinquantanni, da un giovane vecchio cui piacerebbe immaginarsi un vecchio giovane.

Mie care Ali di Icaro a voi che, dolcemente sostenendo, vorreste portare alto l’essere là dove solo in spiritu è consentito, parlerò della vecchiaia. Lo farò per bocca del mio corpo cinquantenne; corpo che già da un po’ vede con gli occhi strabici di un Giano bifronte: bi-frontalmente disposto nel mondo col tempo che avanti verrà e dietro è già andato. Per vecchiaia, ergo, intenderò quel fenomeno che i più legano esclusivamente, ahia! al passar del tempo, intendendo kronos, evidentemente, e non quello sempre a disposizion dell’esperienza, kairos, solo per l’evidenza (che ad ognun di noi è impossibile negare) dell’aspetto che dicesi vecchio dell’uomo divenuto a sufficienza ormai “di mondo” nel mondo. A voi care Ali che ambite ad andar oltre e trascendere nel regno del non ancora detto (come se ormai non fosse stato detto tutto e l’essenziale dell’uomo stesso che in questo mondo ha il suo divenir e con esso il divenire vecchio) affido ciò che penso (solo pensarlo infatti per ora posso) della vecchiaia dell’uomo attraverso le parole, migliori delle mie, di chi la vecchiaia nello spirito l’ha, veramente e cronologicamente, conosciuta come trampolino di grandezza: Marguerite Yourcenar. Un solo breve accenno dedico al “maestro del tempo”, in tempi, questi “che passano”, tanto persi nell’indifferenza per l’essere (la quale sembra più grave del nulla) Martin Heidegger. Il filosofo tedesco afferma che nella vecchiaia l’uomo si pro-duce, con azione nobile e decisa, si accompagna-a, là dove, egli è sempre stato, e “dimorato”. Si accompagnerebbe sembra, l’essere, in “virtù” dell’esser vecchio, verso l’incontro, l’evento maximo, l’ereignis, troppe volte da giovane evitato, incompreso: l’incontro, autentico, e per uomini autentici, con la verità dell’esser-ci in questo mondo. L’incontro cui non ci si può andare armati di ali di cera…(poiché il volo notturno è sotterraneo e occorre strisciarvi co-stretti) là dove è la perfetta radura in cui la “parte”, ivi deposta, adagiandosi, confluisce nuovamente nel Tutto.
In corsivo, quindi, sono apposte, tra le mie, frasi colte dalle Memorie di Adriano o da altri componimenti della Yourcenar.

Mio caro Marco, sono andato stamattina dal mio medico, Ermogene, recentemente rientrato in Villa da un lungo viaggio in Asia. Bisognava che mi visitasse a digiuno ed eravamo d'accordo per incontrarci di primo mattino. Ho deposto mantello e tunica; mi sono adagiato sul letto. Ti risparmio particolari che sarebbero altrettanto sgradevoli per te quanto lo sono per me, e la descrizione del corpo d'un uomo che s'inoltra negli anni ed è vicino a morire di un'idropisia del cuore. Diciamo solo che ho tossito, respirato, trattenuto il fiato, secondo le indicazioni di Ermogene, allarmato suo malgrado per la rapidità dei progressi del male, pronto ad attribuirne la colpa al giovane Giolla, che m'ha curato in sua assenza. È difficile rimanere imperatore in presenza di un medico; difficile anche conservare la propria essenza umana; l'occhio del medico non vede in me che un aggregato di umori, povero amalgama di linfa e di sangue.

Per fortuna che l’età di mezzo, in cui sono nel mezzo, mi lascia intravvedere una realtà difficilmente inconfutabile: l’essere, l’esser-per-la morte che se vuole può esser-per-l’amore, sì proprio lui, sembra diventar autentico nelle ere di passaggio, quando si ritrova a trasformarsi nel passaggio delle “porte” naturalmente a-perte… Ora, a cinquantanni, tra il prima e il dopo, poi nuovamente ancora dopo la vecchiaia, come già fu prima dell’infanzia, tra il Prima e il Dopo. L'infanzia e la vecchiaia non solo si ricongiungono ma sono i due stati più profondi che è dato di vivere. Quand’è che comincia la vecchiaia, quand’è che si è chiamati alla liberazione delle “cose” ormai vecchiande che tolgono lo spazio al tempo del nuovo e poi del vero ri-nnovarsi, – mi chiedo - ora che Quando si saranno alleviate sempre più le schiavitù inutili, si saranno scongiurate le sventure non necessarie, resterà sempre, per tenere in esercizio le virtù eroiche dell'uomo, la lunga serie dei mali veri e propri: la morte, la vecchiaia, le malattie inguaribili, l'amore non corrisposto, l'amicizia respinta o tradita, la mediocrità d'una vita meno vasta dei nostri progetti e più opaca dei nostri sogni: tutte le sciagure provocate dalla natura divina delle cose (III, 3: p. 108-109).
Oh! Vecchiaia sciagura divina…
Mi dicevo che è vano sperare, per Atene e per Roma, quell'eternità che non è accordata né gli uomini né alle cose, e che i più saggi tra noi negano persino agli dèi. [...]
«Natura deficit, fortuna mutatur, deus omnia cernit.»
E che ai più saggi, ormai invecchiandi, per deficit di natura, s’accresce invece in grazia come infinità d’Amore, diverso dall’eros giovanile, ma più potente in quanto agapè. Eros che passa, tempo e testimone, all’agapè. La natura ci tradisce, la fortuna muta, un dio dall'alto guarda ogni cosa. Magari sorride del timore nostro d’invecchiare, magari un dio potesse trasformarsi come la fortuna concede, fortuna mutatur, all’umano che di materia è ammaestrator dell’anima.
Ogni anima si ammaestra attraverso la carne [...] Là dove un tessitore rattopperebbe la sua tela, dove un calcolatore correggerebbe i suoi errori, dove l'artista ritoccherebbe il suo capolavoro ancora imperfetto o appena danneggiato, la natura preferisce ricominciare dall'argilla, dal caos; e questo sperpero è ciò che si chiama l'«ordine delle cose». (V, 3: pp. 227-9)
Vecchiaia: l’età dove si è liberi di sprecar, ciò che il tempo trasforma spesso in attaccamenti vani, per ricomporre nuovamente.
Se la mia anima, che si approssima ad esser vecchia insieme al corpo, spero sia ammaestrata a fuoriuscir dal corpo stesso, e infin a disfarsene come l’inutile involucro del bruco per la farfalla, come il corpo di Icaro inutilmente troppo “appesantente” nelle vicinanze dell’Essere.
Infondo la vita imprigiona i pazzi e dischiude un pertugio ai savi, quel pertugio è possibile alla vista di quell’occhio, anch’esso vecchio, che della vicinanza delle cose ormai si disinteressa, se non della prossimità “lungimirante” dell’Essere.
La vecchiaia è l’età dei vegliardi? No! Essa è il tempo della veglia, e dei veglianti. Vigili veglianti che di carne ormai invisibile essendo già immersi nell’oscurità della notte dell’esistenza. Vigilanti della speranza, lasciati altrove quegli altri ancor attaccati all’ultimo agonizzante raggio fenomenico del tramonto, vigili nell’attesa dell’avvento (in verità ad ognun promesso): l’alba di un nuovo mondo e la luce dell’aurora a lor, destati dalla veglia, Aufklärung, ris-vegliati, ri-conciliati, Allmensch, farsi nuovamente incontro.